Mesi spesi a pensare se iscriverti all’università e intraprendere un nuovo percorso di studi, arrovellandoti la mente di pensieri “ma poi troverò lavoro?”, “sarà una perdita di tempo?”, “basta studiare tanto non mi servirà”. Una polemica non certo nuova, che ogni tanto spunta fuori. Mai come oggi per i giovani è difficile capire cosa fare del proprio futuro, scoraggiati dalla lunga crisi economica che ha colpito il nostro paese e, di conseguenza, da un mercato del lavoro perlopiù “fermo”.

Messi alla prova dall’elevato tasso di disoccupazione, i ragazzi, e non solo, sono i primi a mettere in discussione l’utilità del titolo accademico. Ma siamo sicuri che fermarsi al diploma sia la scelta migliore? Non continuare gli studi è certamente un errore: la laurea serve ora più che mai, anche se ci credono in pochi, non solo perché arricchisce il proprio bagaglio culturale e permette di essere potenzialmente più critici, ma, cosa più importante, non sfugge che, statistiche alla mano, le persone inserite nel mondo lavorativo hanno almeno una laurea o più titoli.

La differenza nel trovare o meno un lavoro viene proprio da quest’ultima fondamentale considerazione: i titoli contano e rappresentano un vantaggio di non poco conto, ma allora perché in Italia ci sono meno laureati che altrove? Nel nostro paese, rispetto al resto d’Europa, si segnala un livello d’istruzione della popolazione decisamente più basso: ma questo cosa comporta per il mercato del lavoro? Le statistiche ci vengono incontro e dimostrano che conseguire il titolo universitario conta perché, rispetto ai diplomati, ci sono molti meno disoccupati tra i laureati.

Il problema in Italia, del resto, è sempre lo stesso, come si diceva in apertura: è opinione diffusa che l’università non serva a molto. Il più importante e significativo fattore di sfiducia per i ragazzi è, senza dubbio, il non riuscire a trovare un posto stabile appena laureati: da noi i giovani impiegano diversi anni dal termine degli studi per trovare un buon lavoro, che generalmente arriva intorno a 5-6 anni dalla laurea, decisamente troppo tardi se paragonato ai colleghi d’oltralpe. Questa profonda incertezza spinge una buona fetta di giovani a rinunciare ad un percorso di formazione approfondita che, al contrario, secondo quanto emerge dalle statistiche, risulta essere imprescindibile per avere successo a livello lavorativo.

La laurea resta, dunque, un investimento che ripaga nel futuro, seppure con risultati spesso disattesi nel breve periodo. Il vantaggio più grande? Studiare non è certo inutile e su questo non si discute.

(Elisa Pileri)